La Conferenza delle Regioni, riunita ieri in seduta straordinaria, ha dato parere favorevole allo schema di decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali di adozione del programma Garanzia Occupabilità dei Lavoratori (GOL), l’iniziativa che costituisce il perno dell’azione di riforma e rilancio delle politiche attive per il lavoro contenuta nel PNRR.
Il programma può contare su una dote complessiva di 4,4 miliardi, a cui si aggiungono i 500 milioni di React-UE.
La prima tranche nazionale è pari a 880 milioni di Euro, alla Puglia sono destinate risorse pari a circa 69 milioni di euro.

“L’accordo, siglato ieri in sede di Conferenza delle Regioni, rappresenta una tappa fondamentale per l’attuazione del Piano Garanzia Occupabilità dei Lavoratori (GOL). Stiamo parlando del più importante programma di politiche attive del lavoro della storia recente, che si pone l’ambizioso obiettivo di rilanciare l’occupazione nel contesto nazionale e in Puglia, a seguito dell’emergenza sanitaria ed economica che ha sconvolto le nostre vite”, fa sapere l’assessore all’istruzione, alla formazione e al lavoro della Regione Puglia Sebastiano Leo.

“Per mesi – continua Leo – di concerto con gli altri assessori regionali al lavoro, con il Ministro del Lavoro e con ANPAL, abbiamo lavorato ad una intesa che definisse i macro obiettivi del programma, gli step attuativi e i criteri di riparto di una dotazione economica così importante. È stato un lavoro complesso ma che si è svolto in un clima di grande collaborazione”.

“Il programma GOL – spiega l’assessore regionale al lavoro – pone al centro il potenziamento dei servizi per l’impiego e delle politiche attive del lavoro e della formazione attuate a livello regionale, coerenti con le caratteristiche ed i fabbisogni del mercato territoriale del lavoro e delle specificità dei diversi contesti locali, all’interno di un quadro unitario tale da garantire l’erogazione di livelli essenziali delle prestazioni omogenei su tutto il territorio nazionale. Beneficiari delle misure saranno i lavoratori in CIG, ma anche i beneficiari di Naspi e Dis-coll, del Reddito di cittadinanza, i lavoratori fragili o vulnerabili (Neet, disabili, donne in condizioni di svantaggio, over 55), i disoccupati senza sostegno al reddito, e i cosiddetti 'working poor' cioè coloro che, pur lavorando, versano in condizione di precarietà e non dispongono di salari dignitosi”.

“Anche dal punto di vista della definizione dei criteri di riparto – continua Leo – riteniamo di aver trovato un buon punto di mediazione capace di tenere in considerazione i diversi fabbisogni regionali e, al contempo, individuando per le successive tranche un ulteriore criterio di ripartizione calcolato sulla capacità dei sistemi regionali di prendere in carico i destinatari e attuare misure nei loro confronti”.

“Nelle prossime settimane – ha concluso l’assessore – ogni Regione, e quindi anche la Puglia, dovrà presentare un piano regionale per l’attuazione del programma GOL, che sarà validato da ANPAL e dal Ministero. Quindi si tratterà di rendere effettivamente disponibili a cittadine, cittadini e imprese le prestazioni finanziate dal programma. E siamo certi che la riposta della Regione Puglia e del nostro sistema di servizi per l’impiego sarà all’altezza della grande opportunità a cui siamo chiamati”.

 

l’Unione Europea e la sua autonomia strategica e il suo ruolo per rafforzare il multilateralismo.

Sono stati questi gli argomento trattati dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel corso di un incontro con alcuni capi di stato europei del gruppo Arraiolos.

Ho realmente apprezzato, ha detto Matarella, lo scambio di idee che abbiamo avuto, uno scambio di idee che ha consentito a ciascuno di noi di verificare sensibilità e punti di vista rispettivi. Tutto è avvenuto nel consueto stile del gruppo di Arraiolos: l’ascolto reciproco e il dialogo sempre amichevole e costruttivo per far maturare opinioni e soluzioni convergenti e condivise.

Ci troviamo a un punto di svolta molto importante per l’Unione europea, un punto nel quale, a mio avviso, senza remore e senza temi intoccabili, dobbiamo prima di tutto impegnarci per completare tanti cantieri aperti nella nostra integrazione.

La nuova fase ha bisogno di basi molto solide: lo dobbiamo alle nuove generazioni di europei.

Come la pandemia ci ha dimostrato, nella drammatica tristezza del suo sopravvenire, le sfide di questi anni ci chiamano ad alzare il nostro livello di ambizione. Il Next Generation è il nostro orizzonte, la nostra strategia per il futuro. E il percorso per realizzarlo è l’autonomia strategica dell’Unione.

Sul fronte della politica estera di difesa, la recente vicenda in Afghanistan sprona e dimostra ulteriormente quanto sia ineludibile compiere un passo avanti per costruire una credibilità maggiore dell’Unione in termini di sicurezza; una credibilità ovviamente complementare con la Nato e tesa al rafforzamento della cornice del reciproco sostegno e rispetto tra gli Stati.

Il nostro impegno deve essere, allora, ha concluso Mattarella, colmare questo divario tra le attese e la risposta che l’Unione europea è capace di dare per costruire un futuro nel quale l’Unione sia protagonista e possa parlare autorevolmente, con un’identità precisa.

La legge di Bilancio rappresenta un segnale di attenzione ma non è sufficiente

Raffaele Carrabba, Cia Puglia: «Senza credito non c’è futuro»

La legge di Bilancio rappresenta un segnale di attenzione verso il comparto agricolo, ma non è sufficiente per poter sostenere adeguatamente le aziende.

CIA Agricoltori Italiani continua a farsi promotrice, a livello nazionale, di modifiche rispetto a misure già inserite, ma anche ad avanzare nuove proposte. Nello specifico, restano centrali l’innovazione sostenibile e il credito.

Diminuiscono, infatti, i finanziamenti alle aziende agricole pugliesi. Nonostante l'allentamento del credit crunch (stretta creditizia), i prestiti alle imprese agricole sono tornati a ridursi, dopo una breve inversione di tendenza, in base all'ultimo studio condotto dall'Osservatorio Economico CIA Puglia. Sul fronte del credito, sono stati «tagliati» ben 59,2 milioni di euro alle società agricole della Puglia, rispetto ai massimi di fine 2015, quando i prestiti erogati raggiunsero l’ammontare di 722,8 milioni di euro. Oggi lo stock dei prestiti si ferma a 663,6 milioni di euro.

«Senza credito non c’è futuro per l’agricoltura», sostiene il presidente di CIA Puglia, Raffaele Carrabba. Nel complesso, le nuove operazioni approvate dalle banche non sono sufficienti a «compensare» i prestiti in scadenza. Così, il risultato di questa diversa velocità provoca una costante erosione dello stock dei finanziamenti.

Un circolo vizioso, una spirale che si auto-alimenta, con imprese a rischio fallimento.

«Le nostre elaborazioni – continua Carrabba – dimostrano che persistono ancora grosse difficoltà nell’accesso al credito, soprattutto da parte delle micro, piccole e medie imprese agricole. Tant’è che, in Puglia, la "fetta" più cospicua dei finanziamenti è concessa alle poche imprese con più di venti addetti, mentre meno di un terzo a quelle di minori dimensioni. Questo significa penalizzare gravemente il nostro tessuto imprenditoriale».

Intanto il tasso di riferimento per il credito agrario si attesta a valori più alti della media europea e neppure la discesa dello spread italiano e il taglio al costo del denaro operato dalla Banca centrale europea (Bce) hanno garantito gli attesi benefici al comparto agricolo. Le aziende, infatti, continuano a pagare alti interessi pur di dar corso a nuove linee di credito che non sempre riescono a ottenere. Una piccola boccata d'ossigeno era arrivata grazie alla cambiale agraria Ismea. Si trattava di una misura, autorizzata dalla Commissione europea, che prevedeva l'erogazione di prestiti cambiari per un importo massimo di 30mila euro, con inizio del rimborso dopo 36 mesi dalla data di erogazione e con durata fino a dieci anni. Pur essendo uno strumento utile, purtroppo non è stato più  rifinanziato. Altro aspetto dirimente per CIA è la revisione delle norme che frenano il Superbonus per le abitazioni unifamiliari, al fine di evitare una sperequazione di trattamento tra chi vive negli insediamenti urbani e chi popola le aree rurali. Devono poter avere le stesse opportunità abitative, in termini di efficienza dal punto di vista energetico, e avere un risparmio in bolletta al pari degli altri. In Puglia sono stati effettuati 3.627 interventi edilizi incentivati dal Superbonus. Gli investimenti ammessi ammontano a 538 milioni di euro e porteranno a detrazioni fiscali pari a 592 milioni (dati aggiornati al 31 ottobre 2021).

La Puglia si colloca al nono posto in Italia per numero di asseverazioni trasmesse, per certificare il possesso di determinati requisiti necessari per fruire delle detrazioni fiscali.

I lavori negli edifici unifamiliari sono 2.612 (il 77 per cento è stato già realizzato pari al 49 per cento del totale degli investimenti ammessi che corrispondono a 263 milioni di euro).

Addio alla pasta 100% italiana con la scadenza dal prossimo 31 dicembre 2021 dell’obbligo di etichettatura dell’origine del grano utilizzato, con grave danno per quei consumatori che hanno preso d’assalto penne, orecchiette e spaghetti certificati tricolori, con un aumento delle vendite del 29% nello scorso anno. A denunciarlo è Coldiretti Puglia, in occasione della Giornata Mondiale della Pasta che si celebra il 25 ottobre in tutto il mondo ed in Italia

L’obbligo dell’etichettatura di origine del grano impiegato fortemente voluta dalla Coldiretti è scattato il 14 febbraio del 2018. Il decreto prevede che le confezioni di pasta secca prodotte in Italia – spiega la Coldiretti – debbano indicare il nome del Paese nel quale il grano viene coltivato e quello di molitura; se proviene o è stato molito in più paesi possono essere utilizzate, a seconda dei casi, le seguenti diciture: paesi Ue, paesi Non Ue, paesi Ue e Non Ue. Inoltre, se il grano duro è coltivato almeno per il 50% in un solo Paese, come ad esempio l’Italia, si può usare la dicitura: “Italia e altri Paesi Ue e/o non Ue”.

Una misura che ha portato gli acquisti di pasta con 100% grano italiano a crescere ad un ritmo di quasi 2 volte e mezzo superiore a quello medio della pasta secca, spingendo le principali industrie agroalimentari a promuovere delle linee produttive con l’utilizzo di cereale interamente prodotto sul territorio nazionale. Per acquistare la vera pasta Made in Italy 100% – precisa la Coldiretti – basta scegliere le confezioni che riportano le indicazioni “Paese di coltivazione del grano: Italia” e “Paese di molitura: Italia”.

La Puglia è il principale produttore italiano di grano duro, con 360.000 ettari coltivati e 9.990.000 quintali prodotto e valore della filiera della pasta in Puglia pari a 542.000.000 euro. “La domanda di grano 100% Made in Italy si scontra con anni di disattenzione e abbandono che nell’ultimo decennio hanno portato alla scomparsa di 1 campo su 5 con la perdita di quasi mezzo milione di ettari coltivati, con effetti dirompenti sull’economia, sull’occupazione e sull’ambiente, dalla concorrenza sleale delle importazioni dall’estero, soprattutto da aree del pianeta che non rispettano le stesse regole di sicurezza alimentare e ambientale in vigore nel nostro Paese”, dice Savino Muraglia, presidente di Coldiretti Puglia. 

Un trend sul quale rischia però ora di scatenarsi una tempesta perfetta, con la scadenza dell’obbligo dell’origine in etichetta che si aggiunge al caro prezzi determinato dagli aumenti delle quotazioni internazionali del grano, legati al dimezzamento dei raccolti in Canada. Il paese nordamericano è il principale produttore mondiale e fornitore di un’Italia che è costretta oggi ad importare circa il 40% del grano di cui ha bisogno ed è dunque particolarmente dipendente dalle fluttuazioni e dalle speculazioni sui mercati. Il tutto nonostante in Canada sia consentito l’utilizzo del glifosato in preraccolta, modalità vietata sul territorio nazionale.

Per recuperare sovranità e garantire la disponibilità del grano e degli altri prodotti agricoli – sottolinea la Coldiretti – occorre lavorare per accordi di filiera tra imprese agricole ed industriali con precisi obiettivi qualitativi e quantitativi e prezzi equi che non scendano mai sotto i costi di produzione come prevede la nuova legge di contrasto alle pratiche sleali.

Il grano italiano – riferisce la Coldiretti - viene infatti pagato al momento circa il 20% in meno rispetto a quello importato nonostante le maggiori garanzie di sicurezza e qualità, mentre i nostri produttori si trovano peraltro a fronteggiare l'aumento esponenziale dei costi di produzione legati all'aumento senza fine dei mezzi tecnici utili alla coltivazione dal gasolio ai concimi. Il risultato è che quest'anno i costi per le semine sono letteralmente raddoppiati.

Per fermare le speculazioni e garantire la disponibilità del grano e degli altri prodotti agricoli – sottolinea la Coldiretti – occorre lavorare per accordi di filiera tra imprese agricole ed industriali con precisi obiettivi qualitativi e quantitativi e prezzi equi che non scendano mai sotto i costi di produzione come prevede la nuova legge di contrasto alle pratiche sleali. Ci sono le condizioni per incrementare la produzione di grano in Italia dove – precisa la Coldiretti – è peraltro vietato l’uso del diserbante chimico glifosato in preraccolta, a differenza di quanto avviene in Canada.

“Le migliori varietà di grano duro selezionate, da Emilio Lepido a Furio Camillo, da Marco Aurelio a Massimo Meridio fino al Panoramix e al grano Maiorca, sono coltivate dagli agricoltori sul territorio pugliese che produce – aggiunge il presidente Muraglia – più di 1/4 di tutto il frumento duro italiano”.

In questo contesto – sottolinea la Coldiretti regionale – un segnale importante viene dal moltiplicarsi di marchi di pasta che garantiscono l’origine nazionale al 100% del grano impiegato, impensabile fino a pochi anni fa. Ci sono quindi le condizioni per rispondere alle domanda di italianità dei consumatori ed investire sull’agricoltura nazionale che è in grado di offrire produzione di qualità realizzando rapporti di filiera virtuosi con accordi che – conclude la Coldiretti Puglia – valorizzino i primati del Made in Italy e assicurino la sostenibilità della produzione in Italia. Un impegno importante per garantire la sovranità alimentare del Paese e ridurre la dipendenza dall’estero in un momento in cui l’emergenza coronavirus ha evidenziato tutte le criticità del commercio internazionale.

Con le sue giornate uggiose notoriamente l'autunno è il periodo ideale per andare in cerca di funghi nei boschi e negli incolti. Etimologicamente fungo proviene innanzitutto dal termine greco ??????? o ??????? (spóngos o sphóngos), ‘spugna’; per i latini, che ne apprezzavone le qualità culinarie, fungus, significava ‘portatore di morte’, da funus = morte ed ago = porto, portare, e quindi aveva un significa nella civiltà un significato funesto. I vari racconti, tra leggenda e realtà, narrano ad esempio che l'imperatore Claudio morì proprio a causa del fatto che la moglie Agrippina, conoscendo il suo debole culinario e desiderando mettere Nerone sul trono al suo posto, lo avrebbe fatto avvelenare proprio facendogli mangiare dei funghi velenosi.

Tra le tante specie di funghi eduli, ve ne sono alcune molto famose e ricercate per la loro bontà in ambito culinario. Il re dei funghi è senz’altro il ‘porcino’, il Boletus edulis, il più noto ed apprezzato per la sua squisitezza, comunemente denominato ‘brisa’,’ bastard’, ‘fungo di macchia’, ‘moccicone’ o ‘settembrino. Posti d’eccellenza ce l’hanno poi l'Amanita cæsarea, dal latino caesareus, dei Cesari, volgarmente conosciuta come ‘ovolo buono’, la cui prelibatezza indusse gli antichi Romani, il poeta Quinto Orazio Flacco tra questi, a definirlo "Cibo degli Dei" ed il ‘finferlo’, il Cantharellus cibarius, caratteristico per il suo colore giallo acceso.

Tra i funghi più conosciuti e ricercati nel sud Italia c’è il ‘cardoncello’, botanicamente chiamato Pleurotus eryngi; in particolare, Pleurotus è una parola greca composta da ??????? (pleurón) = di fianco, ed ??? (oûs) = orecchio per la sua forma, mentre sempre greco è ???????? (erynghion) che significa ‘ruttare’, in sintonia con quanto affermava Dioscoride, secondo il quale chi ne mangiava ‘aumentava tutte le ventosità’; molteplici sono i nomi comuni: ‘antunna’ o ‘antunnu eru’, ‘cardolinu de petza (fungo di carne) in Sardegna, ‘funciu di ferla’ in Sicilia; ‘cardungìdde’, ‘cardunceddu’, e ‘carduncieddù’ sono i nomi solitamente usati in Puglia e Basilicata, regioni il cardoncello è raccolto sull’altopiano delle Murge appulo-lucane, una delle più importanti culle di questa specie di fungo, perché in questi terreni trova il suo habitat ideale, crescendo soprattutto sull’Eryngium campestre, sua pianta ospite naturale. Da oltre trent’anni, poi, il cardoncello viene coltivato principalmente in Puglia, Basilicata, Sardegna e Sicilia, utilizzando un substrato costituito da ballette di paglia in cui artificialmente sono state inoculate le spore del fungo, che sono poste in serre opportunamente condizionate in termini di umidità, luminosità e temperatura.

I funghi non sono, però, solo gustosi a tavola, in quanto hanno anche dei ‘sapori cultural’”. Molte sono infatti i riferimenti in campo letterario ed artistico. Lo scrittore greco Pausania (II sec. d.C.) scrisse che secondo la mitologia l’eroe Perseo, dopo un lungo ed estenuante viaggio, stanco e assetato, si poté ristorare con l’acqua raccolta nel cappello di un ????? (mykés), che vuol dire anch’esso fungo in greco antico; per questo motivo decise allora di fondare in quel luogo una nuova capitale e di chiamarla Micene, dando così vita a una delle maggiori civiltà del passato, la ‘micenea’. Per il mistero che circondava la loro nascita, Plinio il Vecchio scriveva che I boleti sono di tipo malefico se nascono vicino a bottoni di metallo, chiodi da scarpa, ferri arrugginiti, panni fradici, assorbendo i succhi impregnati di tali sostanze e trasformandoli in veleno, ed ancora ... se un serpente passando vi soffia sopra, il fungo diventa velenoso, perché la sua natura é di assorbire qualsiasi sostanza venefica. Durante il Medio Evo erano stati messi al bando dal Sant’Uffizio perché, oggetto di canti Medioevali in alcune taverne laziali, era considerato espressione di forze soprannaturali ed afrodisiaco, e quindi in grado di distogliere i Cristiani dall’idea della penitenza. Nel XIV secolo, di fronte al timore di supposte virtù stregonesche, Giovanni Morelli consigliava ... Desina all’ora compitente, mangia buone cose e non troppo; levati con buono appitito, guardati dalle frutte e dai funghi, non ne mangiare, o poco e di rado. Nel XVI secolo, però, Giovanvettorio Soderini ha ridimensionato i supposti lati negativi, dichiarando I funghi piacciono allo stomaco, muovono il ventre, nutriscono il corpo, ma con fatica si smaltiscono; son ventosi”; quest’ultimo aspetto, già evidenziato da Dioscoride, fu ribadito anche da Cecco Angiolieri con Però non dica l’uomo: I’ho parenti; ché s’e’ non ha denari, e’ può ben dire: Io nacqui come fungo a’ tuoni e venti. Ancora, per la casualità dei punti in cui nascono, Annibal Caro per indicare una fatica inutile scrisse È come cercar dei funghi, mentre per la rapidità della loro crescita Lorenzo de Medici verseggiò Ogni ora a chi aspetta pare un anno, ed ogni brieve tempo è troppo lungo... e, quando ben nascesse come il fungo, mi par che troppo al mio bisogno stia; e ancora nei Canti carnascialeschi intona Campeggeran ne’ verdi prati i funghi. L’estrema fragilità e la breve durata viene espressa da Ludovico Antonio Muratori con la frase Avere la vita dei funghi. Le immagini dei funghi come metafore dell’inquietante e del fugace sono utilizzate dall’Ariosto con In luogo d’occhi, di color di fungo sotto la fronte ha due coccole d’osso, da Federico Tozzi, Il cielo si era coperto di nuvole, rossiccie come funghi velenosi, che correvano sopra la luna e da Carlo Emilio Gadda, Le bande tenevano il paese per qualche anno, poi si dissolvevano, sparivano, altre sorgevano come funghi dopo l’acquata di settembre. Tratteggiati in paesaggi pastorali, oppure usati come immagine della vita che passa, i funghi spesso simboleggiano pure alcune situazioni esistenziali: Io sto qui e ogni giorno mi sento di più come un fungo fuori stagione, si legge nell’Epistolario di Giosué Carducci; nei Canti di Giacomo Leopardi si ritrova Ne troverem più che non brami. Oh guata: un fungo, e quivi un altro: oh quanti funghi. C’è pure chi dei funghi ne ha fatto il simbolo di un impossibile ritorno ad una vita in armonia con la natura, come Italo Calvino in quell’episodio di ‘Marcovaldo’, in Funghi in città, in cui si può leggere Un giorno sulla striscia d’aiuola di un corso cittadino, capitò chissà dove, una ventata di spore e ci germinarono dei funghi. Nessuno se ne accorse tranne il manovale Marcovaldo che proprio lì prendeva ogni mattina il tram. I funghi sono presenti pure in una filastrocca cantata da Gretel nella fiaba musicale Hansen e Gretel di Humperdinck: Nel bosco dite o bimbi chi sarà quell’ometto che in capo ha un caschetto color caffè. Dite o bimbi chi sarà quell’ometto solo là col farsetto rosso nel bosco là. E i bambini: Il fungo della felicità! Ma c’è altresì chi come Guido Piovene più tangibilmente li descrive sulla tavola: A Penne potremo mangiare... i maccheroni alla chitarra, le minestre condite con erbe aromatiche inconsuete, ed i piccoli funghi spinaroli.

Abbastanza lunga è, poi, la serie dei modi di dire che hanno a che fare con i funghi, in grado di colpire l’immaginario popolare. Eccone alcuni. Andar per funghi: indossare un abito a rovescio, per la credenza popolare che portasse fortuna ai cercatori di funghi, pratica probabilmente dovuta all’abitudine di rivoltare i vestiti per non danneggiarli. Avere la vita dei funghi, cioè avere una vita breve. Cercare funghi, andare in giro senza meta, bighellonare. Far nascere un fungo, cioè cercare un pretesto. Venir su come un fungo, vale a dire crescere senza cultura e educazione. Nascere, sorgere, spuntare come un fungo, in altre parole, sorgere all’improvviso, alla svelta e in gran numero. In una notte nasce il fungo, a significare che quello che meno ci si aspetta, può accadere all’improvviso e Tanto piovve che nacque il fungo, per dire che finalmente è accaduto ciò che si è perseguito con tenacia. Secondo una leggenda, poi, i funghi sarebbero nati dalle briciole di pane cadute in un bosco da due pagnotte che Gesù e San Pietro stavano sbocconcellando mentre camminavano: le due pagnotte erano, l'una bianca e l'altra nera, e le briciole cadute originarono rispettivamente i funghi buoni e quelli velenosi.

Anche nell’arte i funghi sono stati dei protagonisti, fin dai tempi antichi. Risalgono ad un periodo variabile tra i 9000 ed i 7000 anni fa una serie di pitture raffiguranti degli individui mascherati da funghi, individuate in un riparo di Tin-Tazarift, nel Tassili (tra Algeria e Libia). Geroglifici egiziani di 4600 anni fa testimoniano che i Faraoni pensavano che i funghi fossero ‘erbe dell'immortalità’ e ‘figli degli Dei’ mandati sulla terra attraverso i fulmini, per cui solo ai Faraoni era permesso mangiarli. Incisioni rupestri riproducesti ‘Uomini-fungo’ sono stati scoperti nei pressi del fiume Pegtymel (Siberia), mentre delle piccole pietre-fungo, risalenti al 300-600 d.C., sono state ritrovate nel sito di Kaminalijuyu, in Guatemala. Una scena di Cacciaggione e funghi è raffigurata nella Casa dei Cervi ad Ercolano. Nell’abbazia di Plaincourault, Indre (Francia), in un affresco del periodo romanico (1291) è rappresentato l’episodio biblico del peccato originale in cui l'albero della conoscenza del bene e del male è rappresentato in forma di fungo su cui è attorcigliato un serpente nell'atto di offrire il frutto proibito ad Eva. Come, poi, non ricordare l’Inverno di Arcimboldo, in cui la bocca del suo personaggio è formata da due funghi. In Funghi (1600), il pittore belga Fyt Jan ha posto dei porcini in primo piano con altri ortaggi e due fagiani sullo sfondo. Angelo Maria Rossi ha dipinto nel 1650 Natura morta con frutta, zucca, funghi, pannocchia e conchiglia. Natura morta con funghi (1656) è il titolo assegnato ad un suo quadro da Paolo Porpora, un artista napoletano vissuto nel periodo del tardo barocco. Funghi (porcini) da soli sono stati posti da Gigi Comolli in una sua opera datata 1949; di quest’ultimo anno è anche il quadro Funghi con paiolo del genovese Amedeo Merello. Molto suggestivo è il Raccoglitori di funghi (1950) di Giuseppe Migneco, un pittore italiano tra i maggiori espressionisti del novecento. Funghi e castagne è il binomio rappresentato da Francesco Gonzaga, artista milanese del Novecento. Pure del Novecento sono due nature morte con funghi, l’una con delle zucche, l’altra con cachi ed un grappolo d’uva l’altro, dipinte del pittore lombardo Edmondo Albertella in arte ‘Pinsart’. Un’opera si può dire minore, ma senz’altro originale, è la statua denominata il ‘Fungo Innamorato’, posta al centro di un piccolo rondò a Pievescola, una frazione di Casole d’Elsa del Senese. Infine, sembra esistano anche il ‘fungo dell’amore, il Pleurotus salmonarius, chiamato così per il suo colore, caratterizzato da una sfumatura tra il salmone e il rosato che gli dona un tocco assolutamente femminile, e secondo i cinesi il ‘fungo dell’immortalità’, il Ganoderma lucidum.

PASQUALE MONTEMURRO

 

 

Torna dopo un anno impedito dalla pandemia Notti Sacre, la rassegna di arte, musica, pensiero, preghiera, spettacolo, giunta alla undicesima edizione, organizzata dalla Diocesi di Bari-Bitonto,  nelle chiese del centro storico di Bari, a partire da sabato 25 settembre fino a domenica 3 ottobre.

 “In noi è forte il desiderio di tornare a partecipare all’incontro comunitario, alla condivisione del tempo sociale, alla necessità di sperimentare percorsi nuovi fondati sulla fiducia reciproca e sull’amore, -  scrive nel messaggio di saluto Mons. Giuseppe Satriano, Arcivescovo di Bari-Bitonto-. Notti Sacre è in questo nostro cammino comunitario e sociale. Le arti, la musica, la preghiera sono porte che si aprono alla sacralità della vita. Il ritrovarci, sia pur a piccoli passi, nella bellezza delle nostre Chiese, è cominciare a tracciare la strada comune che parte dalle radici della nostra fede cristiana e cerca di rinnovarsi, di cambiare, di rinascere a nuova vita con l’aiuto di Cristo”.

“La nostra soddisfazione per questa undicesima edizione è rappresentata dal riconoscimento del Ministero dello Spettacolo che ci ha inseriti nel FUS. Dopo aver raggiunto il traguardo del decimo anno nel 2019,  riprenderemo ad ascoltare musica nelle Chiese storiche di Bari Vecchia; visiteremo una mostra in S. Teresa dei Maschi; conosceremo dal vivo alcuni autori e i loro libri che ci parleranno di ripresa e di sfide da affrontare. - ha commentato Don Antonio Parisi, Direttore Artistico”.

“Notti Sacre è un’opportunità culturale e turistica che in armonia con il  quadro delle iniziative del Comune di Bari  promuove ed esalta la bellezza della città di Bari, ha commentato l’Assessore alla Cultura e al Turismo, Ines Pierucci”.

Come sempre il piatto forte di questi nove giorni è rappresentato dalla musica. Il coro e la cappella di S. Teresa dei Maschi diretti dal maestro Sabino Manzo faranno ascoltare la Messa in si minore del grande Bach; si esibirà anche la giovane orchestra dei ragazzi diretti da Teresa Satalino. È prevista la presenza del Coro Giovanile Pugliese formato da giovani coristi provenienti da varie città pugliesi, diretto dal maestro Luigi Leo.

Come nelle precedenti edizioni, la rassegna accoglierà anche musicisti provenienti dalla Germania, dalla Hochschule di Ratisbona, dalla Russia, insieme ad alcuni esecutori provenienti da Bologna e da Napoli, da Lecce, da Acerenza, da Faenza. E naturalmente una folta presenza dei musicisti locali, ormai diventati una presenza stabile e importante della Rassegna.

Voci, strumenti, libri, autori, musiche antiche e moderne composte da autori viventi e alcune prime esecuzioni: la Rassegna offre spazio a tutti.

Ma procediamo con ordine.

 

Il Programma

 Si leverà il sipario sulla undicesima  edizione di Notti Sacre sabato 25 settembre,  alle ore 19 nella Chiesa di San Domenico con il concerto di musica antica “Polifonia europea, tra sacro e profano”, del gruppo  Allabastrina Choir&Consort.  Seguirà in Cattedralealle ore 21 in occasione di Dante700 “E l’altro ciel di bel sereno addorno”. Nella Chiesa del Gesù,  domenica 26 settembre alle ore 19,00 “La musica al tempo dei Borboni: un ponte tra il Regno di Napoli e il Viceregno del Perù” di Ignazio Gerusalemme e José de Orejón y Aparicio. Alla Vallisa alle ore 20 andrà in scena “L’avvenire è una grande parola”,  al Pianoforte Annarosa Partipilo  e alla  viola Giuliana De Siato. Si terminerà in Cattedrale alle ore 21 con  “Quattro stagioni di Vivaldi e brani di Piazzolla”.   Lunedì 27 settembre alle ore 19 si aprirà la stupenda terrazza della chiesa del Carmine  al dialogo letterario dentro e oltre la pandemia “Il futuro in una stanza” di Daniele Maria Pegorari e Valeria Traversi. Nella piazzetta S. Marco alle ore 20 si reciterà il consueto rosario per la Beata Elia di San Clemente, guidato da mons. Alberto D’Urso. Nella Basilica di San Nicola alle ore 21 il Concerto per organo con Stefan Baier,  Rettore della HfKM di Ratisbona. Martedì 28 settembre alle ore 19 alla Madonna degli Angeli  ci sarà il concerto per organo e violino “Barocco e Romanticismo – confronto tra due linguaggi”.  Alla Vallisa  alle ore 20,00 il Concerto  di bayan - fisarmonica russa "Le ali dell'anima". Infine, in Cattedrale alle ore 21 il Concerto Meditazione “Rinascere…Cantando la speranza”. Mercoledì  29 settembre alle ore 19 si parte a  Santa Scolastica con “Le Ultime Sette Parole di Cristo” di Franz Joseph Haydn op.51  per Quartetto d’archi (1787). Nella Chiesa del Gesù alle ore 20 si narrerà Italo Calvino “Come i sogni, le città”. Nella Basilica di S. Nicola alle ore 21 Musica sacra e strumentale da  manoscritti di inediti di Domenico Sarro (Trani 1679 – Napoli 1744) e Leonardo Leo (San Vito dei Normanni 1694 – Napoli 1744)Giovedì 30 settembre alle ore 19,  a Madonna degli Angeli, “Canne al vento di Levante Organo e Sax, suoni antichi e moderni dal classico al jazz”. Alle ore 20 si torna sul terrazzo del Carmine per la presentazione di “Ostinate e Ribelli” di Francesco Minervini.  Poi alle ore 21 a S. Domenico l'Ensemble Concentus propone un percorso musicale attraverso la storia dei pellegrinaggi medievali “Ierusalem mirabilis et beata” .       

Venerdì 1 ottobre alle ore 18 in Cattedrale si esibirà l’Orchestra della Città Metropolitana di Bari con “Ludwig V. Beethoven (1770-1827),  Concerto per violino e orchestra in Re maggiore, op. 61- allegro ma non troppo – larghetto – rondò: allegro”.  Alle  ore 19  nella Chiesa del Gesù   “Shalom Pax Salam (Suite – prima esecuzione assoluta) di Giovanni Tamborrino, il testo poetico è di Enzo Quarto. Alle ore 20 al terrazzo Carmine, Maria Luisa Sgobba, presidente UCSI Puglia, dialogherà con il  direttore della Caritas della Diocesi di Bari-Bitonto don Vito Piccinonna  e alcuni volontari, sui dati di questa profonda crisi sociale; “Chiese Chiuse…Chiesa aperta” è il titolo della pubblicazione. Sabato 2 ottobre ore 19,00 a S. Domenico si parte alla riscoperta dei preziosi Corali di Bettona (Umbria, XV secolo), Inni e antifone, riprodotte in prima esecuzione moderna, dopo secoli di oblio. Alle ore 20,00 sulla terrazza del Carmine incontro con l’Acqueotto Pugliese “La risorsa acqua durante la pandemia”. Alle ore 21,00 in cattedrale la Notte Sacra termina con  “Così è la notte” per coro e pianoforte, Musica di Gaetano Panariello. Domenica 3 ottobre alle ore 18,30 nella Chiesa S. Domenico  sarà celebrata da mons. Giuseppe Satriano, Arcivescovo di Bari-Bitonto,  la messa  conclusiva per coro e orchestra campionata, sulle musiche  di Miro Abbaticchio,  Coro Dilecta Musica,  diretto da Enzo Damiani. Nella Chiesa di S. Domenico alle  ore 20 “Conversazione con mons. Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto su “Vescovi Preti Laici si raccontano”. Notti Sacre si concluderà alle ore  21 in Cattedrale di Bari  con “Johann Sebastian Bach Messa in Si minore BWV 232”.

 

Da al 25 Settembre al 9 Ottobre a Santa Teresa dei Maschi sarà possibile visitare la “Mostra Regeneratio/Natus Iterum” - Direzione artistica Miguel Gomez.

 

Si accede agli eventi con prenotazione obbligatoria tramite la piattaforma http://METOOO.it e con  green pass.

Per info rivolgersi al 3917951137.

Impossibile continuare a vendere al di sotto dei costi di produzione”. CIA Agricoltori Italiani della Puglia e Confcooperative Puglia hanno inviato una lettera all’assessore all’Agricoltura, Donato Pentassuglia, chiedendo la convocazione urgente di un tavolo ortofrutticolo regionale.

COMPARTO IN SOFFERENZA. Tutto il comparto è in sofferenza, partendo dalle campagne primaverili ed estive di raccolta con i casi clamorosi dei prezzi stracciati riconosciuti ai produttori per ciliegie e angurie. Il problema, poi, si è riproposto drammaticamente anche per l’uva da tavola, gli agrumi e, più in generale, tutti i prodotti del settore ortofrutticolo.

«I prezzi al ribasso praticati secondo le regole del massimo profitto non sono soltanto un paradosso, ma anche un’ingiustizia e uno squilibrio drammatico ingenerato da un mercato che mortifica imprese agricole, lavoratori e valore dei prodotti», hanno scritto, nella lettera indirizzata a Pentassuglia, l’organizzazione sindacale CIA Puglia e Confcooperative Puglia.

«Gli effetti perversi di un mercato impostato su prezzi al ribasso e importazioni selvagge mostra apertamente lo squilibrio nel potere di contrattazione tra i produttori e la Grande distribuzione organizzata. La scorsa primavera, è stato clamoroso il caso delle ciliegie pugliesi, col prezzo riconosciuto ai produttori inferiore fino a 15-20 volte al costo imposto ai consumatori nei supermercati. Durante l’estate si è evidenziato lo stesso problema per le angurie, con gli agricoltori costretti a lasciare il prodotto nei campi a causa del crollo del prezzo.

UVA DA TAVOLA. Nel comparto dell’uva da tavola, la Puglia è la prima regione italiana per numero di aziende, quantità e qualità della produzione. Il dato complessivo regionale si attesta su una superficie di 25.085 ettari utilizzati e una produzione di 6.400.000 quintali. La provincia di Bari, da sola, registra 10.750 ettari utilizzati e una produzione annuale pari a 2.332.000 quintali. Non sono soltanto numeri di eccezionale rilievo, ma si tratta soprattutto di reddito per migliaia di lavoratrici e di lavoratori, posti di lavoro, un’economia di filiera che è motore trainante del nostro export. Per il comparto dell’uva da tavola, incombe, più di altri comparti, la questione delle royalty da pagare sulle nuove varietà. Il fenomeno sta diventando una trappola silenziosa che rischia di danneggiare seriamente gli imprenditori agricoli.

QUESTIONE ROYALTY. Per Raffaele Carrabba, presidente di Cia Puglia, “la questione è nota da tempo e riguarda tutta la Puglia: sulle uve da tavola senza semi, soprattutto, ma anche su moltissimi prodotti ortofrutticoli e agrumicoli, negli ultimi tempi si sta giocando una vera e propria guerra dei brevetti”. In alcuni Paesi, come Israele, Cile e Stati Uniti, la ricerca scientifica ha prodotto nuove varietà di frutti. La proprietà intellettuale di quelle produzioni implica il pagamento delle royalty da parte dei semplici agricoltori sul territorio, non solo per avere l’autorizzazione a coltivare determinate varietà ma anche nella successiva vendita del raccolto. Di fatto, agli agricoltori viene imposto anche a chi vendere. Un’imposizione che, se elusa, può avere conseguenze estreme, fino al taglio delle viti. In sostanza, per poter coltivare le nuove varietà, l’azienda agricola deve sottoscrivere un contratto che la vincola non solo a pagare le royalty, ma anche a vendere e commercializzare l’uva solo attraverso uffici della società che detengono il brevetto vegetale. In pratica si diventa ‘succursali’, una sorta di franchising, con qualcun altro che diventa padrone in casa nostra, di fatto titolare del destino di ogni politica commerciale e di vendita che decide al posto dell’agricoltore come e quanto coltivare e quale reddito deve andare a chi investe e lavora sul campo, si accolla il rischio d’impresa, paga fior di euro per assicurare i propri vigneti e li cura. 

"Il Pnrr si traduce sulle future generazioni. Questo straordinario sforzo della Ue ha preso non a caso il nome Next   generation, un nome che richiama la solidarietà generazionale. Risorse che vanno usate in modo attento e responsabile. Si tratta di cogliere un'opportunità straordinaria”, dichiara il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che aggiunge: "L'Italia ha avuto 209 miliardi per perseguire un obiettivo di riequilibrio territoriale dal punto di  vista delle infrastrutture, sociale, di genere. Queste risorse sono arrivate per questo. Vorrei che fosse più chiaro l'interesse comune alla crescita del Nord e del Sud. Abbiamo un interesse a crescere insieme”.

"Faremo di tutto, con i fondi del Pnrr – afferma il ministro dell'Università Maria Cristina Messa - con le riforme che vogliamo fare e con i fondi dello Stato, perché anche in legge di bilancio abbiamo messo moltissimi fondi, per fare in modo che ci sia questo circolo virtuoso nelle regioni del Mezzogiorno”.

“La transizione ecologica e il rispetto dell'ambiente passano anche da nuovi modelli di realizzazione delle infrastrutture”, sostiene il ministro delle infrastrutture e della mobilità Enrico Giovannini

“Nell'ambito delle risorse del Pnrr – spiega Giovannini - si è scelto di destinare il 765 per finanziare ferrovie e non strade e rinnovare il parco autobus in senso ecologico per eliminare il diesel”.

L'Unione europea chiede di mitigare il danno ambientale. “Per esempio – spiega Giovannini - si chiede alle imprese che realizzano per esempio strade, ponti ed altre infrastrutture di ripristinare la biodiversità nei luoghi interessati. Il Mezzogiorno è al centro di questa trasformazione. Infatti - sottolinea Giovannini - dei 62 miliardi assegnati al nostro ministero dal Pnrr circa il 56 per cento andrà alle regioni meridionali”.

Mara Carfagna, ministro per il Sud e la Coesione territoriale, rileva che “nell'ambito del ciclo di programmazione dei fondi strutturali 2021/2027 dedicheremo una quota importante del PON "Competitività, ricerca e innovazione" agli interventi per l'internazionalizzazione, grazie anche alla collaborazione col ministro Di Maio che si è dimostrato molto sensibile all'argomento. Per quanto concerne i fondi europei si dovrà anzitutto continuare a investire, come abbiamo già iniziato a fare, nella formazione e messa a disposizione delle aziende degli "export manager", figure professionali sempre più necessarie, capaci di analizzare i mercati esteri, mappare le potenzialità e i rischi e offrire all'imprenditore un quadro chiaro del Paese dove intende esportare”.

Per Mariastella Gelmini, ministro per gli Affari Regionali, ci sono alcuni errori che “non dobbiamo fare e il primo sarebbe quello di cedere al campanilismo. Io sono

convinta che serva una grande collaborazione trasversale con le Regioni le Province e i Comuni”, siamo consapevoli – aggiunge Gelmini - che “il Pnrr non si può costruire a palazzo Chigi senza ascoltare e condividere le progettualità con gli enti locali, ma dobbiamo utilizzare questa straordinaria opportunità per superare il divario nord e sud e non per accentuare lo scontro. Dobbiamo avere una volontà di andare a ricucire le diseguaglianze e le lacune che ci sono, avendo anche la capacita di costruire buone politiche con progettualità concreta”.
"Il dato che è stato rilanciato parecchie volte, - dichiara il presidente della regione Campania, Vincenzo De Luca - cioè che il 40% delle risorse del Pnrr va al Sud, è molto aleatorio. Se volessimo ragionare alla tedesca, dovremmo dire che, per recuperare il divario, avremmo bisogno del 60% di risorse vere”. (Regioni-it 4188 del 23.11.2021)

Vissuto tra il 1265 (nacque a Firenze tra il 21 maggio ed il 21 giugno) ed il 1321 (morì a Ravenna nella notte tra il 13 ed il 14 settembre) Dante Alighieri si trovato a trascorrere la sua vita in pieno Basso Medioevo, com’è noto datato tra l'anno 1000 circa e la scoperta dell'America nel 1492, che è stato un periodo molto dinamico rispetto a quello dell'Alto Medioevo, durante il quale l'Europa aveva vissuto una profonda crisi, per cui nelle campagne prevaleva un'economia agricola feudale, le città erano spopolate, soltanto monasteri e castelli erano centri importanti, ma basati su un sistema di auto-sostentamento, cioè producevano beni per autoconsumo; infatti, a partire dall’XI secolo si verificò un po’ in tutta l'Europa una forte crescita economica che comportò lo sviluppo delle città ed una rinascita culturale, l’aumento della popolazione, come pure del commercio. Fattori rilevanti furono l'incremento demografico ed il rinnovamento dell’agricoltura, una vera e propria “rivoluzione agricola; pertanto, le produzioni aumentarono grandemente, favorite anche dalle migliorate condizioni climatiche, in quanto dopo un periodo molto freddo, tra il 1000 ed il 1300 si verificò una fase tanto calda al punto che i Vichinghi realizzarono delle fattorie addirittura in Groenlandia!

La Rivoluzione agricola.

Determinanti furono le innovazioni di carattere tecnico che permisero l’aumento della produttività delle maggiori superfici coltivabili che furono rese disponibili grazie ai disboscamenti e alle bonifiche delle aree acquitrinose effettuate per iniziativa dei proprietari terrieri. Tra l’altro furono ideati diversi strumenti, come l’aratro pesante e l’erpice, per lavorare meglio i terreni, ed il giogo frontale per i buoi, il collare a spalla e la ferratura dei teneri zoccoli dei cavalli, per proteggerne l’integrità, per aumentare l’efficienza del lavoro animale. Grazie alle innovazioni furono ideati nuovi modelli di gestione delle coltivazioni, come la “rotazione triennale” e la “Piantata”. La Rotazione triennale sostituì un po’ dappertutto il sistema della rotazione biennale, in uso nel mondo romano; in concreto, diviso in tre parti, invece di due, il terreno assicurava durante l’anno la produzione di due tipi di cereale, spesso frumento ed orzo, e quella di una leguminosa come la fava, i ceci, i piselli, ecc. Tra l’altro, all’epoca i contadini avevano notato che un cereale seminato dopo una leguminose produceva maggiormente; più tardi, nel XVII secolo, fu scoperto il ruolo dell’azoto nell’aumento della produzione. I benefici per i contadini ed i consumatori erano la riduzione del rischio che un cattivo raccolto di un’annata provocasse una carestia e l’introduzione nella dieta delle proteine dei legumi. Insieme, poi, ad un migliore sfruttamento del terreno, questa soluzione permetteva una maggiore disponibilità di foraggio utile per alimentare buoi e cavalli adibiti ai lavori agricoli. La “Piantata” fu un’altra innovazione tecnica di esemplare rilievo; diffusasi soprattutto nel settentrione, si tratta (ancora oggi è presente specie nella valle padana) di un’alberatura, circondata da un fossato, allineata ai bordi dei campi, cui si appoggia le piante di vite che hanno perciò la possibilità di allungare i propri tralci da un albero all'altro. Le viti, perciò, risultavano “maritate” ad un sostegno vivo, in genere all’olmo, all’acero, al salice, al pioppo, ai gelsi e più raramente ad alberi da frutto, come il ciliegio ed il pero. I vantaggi di questo sistema erano quelli di potere coltivare nello stesso campo diverse specie; in pratica tra i filari venivano seminati cereali, leguminose o altre colture erbacee, mentre lungo i filari l’uva, i frutti degli alberi tutori e le foglie che spesso venivano raccolte ancora verdi per essere destinate all’alimentazione invernale degli animali della stalla o ai bachi da seta, nel caso del gelso. 

In definitiva, l’agricoltura che si praticava ai tempi di Dante apportò notevoli benefici un po’ per tutti gli europei. I cambiamenti che avvennero furono molto importanti e mutarono fortemente la situazione presente nell’Alto medioevo, durante il quale, con riferimento all’Italia, le produzioni agricole, anche a causa delle invasioni barbariche, poggiavano essenzialmente sulla cerealicoltura (con prevalenza di cereali inferiori quali il miglio, il panico, l’orzo e la segale), su una viticoltura localizzata su piccoli spazi e su una presenza sporadica dell’olivo ovviamente esteso soprattutto nel meridione, il tutto destinata quasi esclusivamente a soddisfare il fabbisogno locale; in quei secoli un ruolo importante per l’alimentazione umana spettava alla caccia, alla pesca, allo sfruttamento delle risorse dei terreni incolti e dei boschi, in cui bovini e suini venivano portati a pascolare; specialmente da parte delle famiglie contadine che risiedevano nei villaggi, lo sfruttamento di quelle zone era di vitale importanza per lottare contro la fame e la povertà.

Nel Basso Medioevo, invece, si verificarono trasformazioni non di poco conto; anche le colture tradizionali quali il frumento, la vite, l’olivo, gli alberi da frutta furono gestite più modernamente pure e soprattutto per andare incontro alle maggiori esigenze dei mercati. Venne decisamente meno il ruolo egemone del frumento, che in età romana aveva goduto di attenzioni preferenziali, finalizzate al rifornimento dei mercati urbani, ed incontrarono un maggior favore la segale, l’orzo, l’avena, il farro, la spelta, il miglio, il panìco ed il sorgo: straordinario fu in particolare il successo della segale, vera «invenzione» medievale, che gli agronomi latini conoscevano solo come erba infestante; analoga fu la vicenda dell’avena, messa a coltura nei primi secoli del Medioevo. Al Sud, aumentano le superfici coltivate al frumento della varietà dura (Triticum durum) che di preferenza cresce sui suoli mediterranei e che nei secoli successivi diventerà la preziosa materia prima per confezionare pasta secca a lunga conservazione. Cambiò la destinazione dell’orzo: utilizzato in età romana prevalentemente come foraggio, esso entra con regolarità anche nella dieta degli umani, almeno quelli di ceto inferiore ossia i contadini. Furono anche introdotte nuove colture o se ne potenziarono alcune altre quasi del tutto scomparse: dal sorgo al grano saraceno, alle piante introdotte dal mondo bizantino e arabo in Sicilia e nel Mezzogiorno (riso, canna da zucchero, cotone, agrumi); e poi più tardi il gelso e la bachicoltura che conobbero un forte diffusione a partire dal XIV secolo. Lo stesso si può dire di una serie di piante tessili (lino e canapa) e tintorie (guado, zafferano) che si svilupparono per effetto della grande crescita della manifattura urbana. Inoltre si fece strada il fagiolo cosiddetto «dall’occhio», della varietà Dòlico, unica autoctona dell’area mediterranea, il piccolo fagiolo con macchia nera, a cui sul finire del XV secolo si affiancheranno i più grandi fagioli di origine americana. La viticoltura si arricchì di vitigni pregiati e cominciò a produrre per l’esportazione sulle medie distanze; l’olivicoltura iniziò un periodo di lenta ma costante espansione. In alcune aree del Mezzogiorno si sviluppò una frutticoltura (soprattutto frutta secca) destinata all’esportazione. In particolare nella zona della Puglia mediana, si andò a delineare un’agricoltura tendenzialmente specializzata, che puntava sulla costa (Trani, Barletta, Bisceglie) per la produzione di vino e in Capitanata sul grano. Nell’entroterra barese, da Bitonto fino al limite delle Murge, l’olivo si avviò a divenire la coltura dominante, così come in terra d’Otranto. Non mancarono altre colture di pregio: orti in settori specializzati alle porte di Bari, cotone e lino più a sud ad Alimini, gelsi e zafferano a Gallipoli mentre l’allevamento ovino rinnova i ritmi antichi della transumanza che lega il Tavoliere e le Murge alle montagne abruzzesi, molisane, lucane. Sul progressivo arricchimento del ventaglio dei prodotti coltivati influirono in larga misura, le richieste della commercializzazione sempre più differenziata dei mercati urbani.

Ovviamente, la Rivoluzione agricola non si sviluppò in modo esteso, in quanto in varie parti d’Italia, Sicilia, Sardegna e le aree montagnose del Mezzogiorno, il sistema colturale continuò ad essere per esempio quello dell’alternanza grano-maggese, come pure perdurò l’uso del tradizionale aratro-chiodo.

In ogni modo, è indubbio che il forte aumento della produzione dovuto alla Rivoluzione agricola generò un forte incremento nel commercio ed un grande benessere nella popolazione al punto che tra il 1000 ed il 1300 la popolazione italiana si raddoppiò, in Francia, Germania ed Inghilterra addirittura triplicò, ed in tutta l’Europa crebbe da circa 38 a 73 milioni di abitanti.

 

Pasquale Montemurro

Accademico dei Georgofili

già Professore Ordinario Uniba

Giornale on line

Dai decreti per prorogare l’obbligo di indicare l’origine in etichetta agli investimenti per non sprecare l’acqua ma anche battaglia in Europa sul nutriscore e stop alle speculazioni che sottopagano i prodotti agricoli sono alcuni degli impegni ottenuti dalla Coldiretti al XIX Forum Internazionale dell’agroalimentare riassunti dall’intervento finale del presidente della Coldiretti Ettore Prandini. Bene l'impegno del ministro Patuanelli  e del Governo a dare continuità all'indicazione dell'origine   sui prodotti delle principali filiere alimentari, ma ora – ha affermato Prandini - dobbiamo esportare il nostro modello che fa leva su distintività e trasparenza nell'Unione europea perchè anche i consumatori europei devono avere consapevolezza di quello che portano a tavola. Sul  Nutriscore che boccia il meglio del Made in italy a tavola Prandini ha ricordato l'intenso lavoro svolto in silenzio da Coldiretti  per favorire la nascita della consapevolezza  sui rischi di un'etichetttura ingannevole. Prandini ha anche denunciato le attuali criticità per gli agricoltori ai quali non viene riconosciuta la giusta redditualità con offerte low cost pagate sulla pelle degli agricoltori. Una forma di caporalato nei confronti delle imprese che – ha precisato ora possiamo combattere coj gli strumenti della nuova direttiva sulle pratiche sleali fortemente voluta dalla Coldiretti. Le nuove regole - ha aggiunto Prandini- ci aiuteranno a distribuire valore lungo la filiera. In primo piano il tema caro alla Coldiretti delle infrastrutture, a partire dall'acqua fino alla logistica.   Con il progetto della Coldiretti che grazie alla costruzione di una rete di nuovi bacini di accumulo renderà possibile raggiungere l'autosufficienza produttiva. La progettualità annunciata dal Governo in questo settore - ha sottolineato Prandini -  è importante perchè segna il passaggio da una visione del giorno dopo a una di lungo periodo. Investire sulle risorse idriche è una risposta per contrastare i cambiamenti climatici e il dissesto idrogeologico. Sul fronte delle infrastrutture in primo piano anche la logistica con investimenti nella portualità e retro porti.  Il presidente ha ricordato il rapporto costruttivo creato con le Ferrovie dello Stato con la firma di un protocollo d’intesa ma anche l’impegno per realizzare hub come quelli nei porti di Ravenna, Genova e iniziative in corso a Gioia Tauro per far crescere il Sud. Prandini ha ribadito l'impegno forte sul fronte del fotovoltaico senza sottrarre suolo alla produzione alimentare di cui il Paese ha davvero bisogno. L'altra sfida Coldiretti è per lo sviluppo delle energie rinnovabili  perchè biogas e biometano sono grandi opportunità rappresentano delle grandi opportunità , ma con una indicazione precisa a non consumare il suolo agricolo. Le rinnovabili rappresentano un ulteriore modello per sviluppare  la ricerca  e rendere le nostre imprese sempre più competitive oltre che sostenibili ha affermato Pradini. Quanto alla transizione ecologica Prandini ha chiesto che le imprese siano accompagnate in questo percorso perchè un'accelerazione senza sostegno le metterebbe i n grande difficoltà con una esplosione dei costi di gestione. Prioritari restano poi i mercati esteri e mai come oggi siamo riusciti a creare con la Farnesina un confronto per accelerare l'accreditamento  dei nostri prodotti sui mercati esteri per conquistare nuovi spazi perché non basta dire che siamo i primi della classe.  Serve umiltà per conquistare i mercati internazionale e bisogna far leva sulla crescita delle nuove generazioni che sono aiutate anche da  un percorso didattico- scolastico che assicura la padronanza delle lingue. Siamo consapevoli del ruolo che il settore agroalimentare Made in Italy è chiamato a svolgere e pronti alle sfide vitali che dobbiamo affrontare partendo dal presupposto – ha concluso Prandini - che non possiamo permetterci di sprecare un solo cent del Ricovery ma siamo convinti che come è accaduto con Expo 2015 il nostro Paese saprà farcela.

 “La vaccinazione che oggi avviene con la collaborazione di tutte le università pugliesi ci consentirà di fare a tutto il personale le terze dosi, ma anche le prime, per chi non l’avesse ancora fatta. Il vaccino è un’arma formidabile che non ha rischi particolari, non diversi da quelli di altri medicinali che prendiamo normalmente, soprattutto aiuta tutta la nostra società a continuare la vita normalmente, in particolare la scuola, le università e tutti i luoghi della formazione che altrimenti rischiano di paralizzarsi con danni gravissimi per tutti i nostri ragazzi e le nostre ragazze” dichiara il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano.

 

È partita oggi in Puglia la somministrazione delle terze dosi di vaccino anti Covid per il personale universitario over 40. Al Policlinico di Bari, negli  ambulatori vaccinali predisposti per docenti e amministrativi dell’Università di Bari e del Politecnico di Bari, sono stati vaccinati con la dose booster i primi 400 soggetti. Complessivamente sono 6mila i dipendenti dell’università “Aldo Moro” e del politecnico  ai quali sarà somministrata la terza dose al Policlinico di Bari. L’ultima circolare regionale, infatti, ha dato priorità al personale scolastico e universitario.

 

“Oggi abbiamo un'arma importante che ha già dato i suoi frutti: il vaccino. Consapevoli dei suoi risultati dobbiamo continuare su questa strada. L'università di Puglia si è dovuta adattare alla situazione e si è adattata brillantemente, perché non possiamo permetterci di rischiare. Vogliamo l'università in presenza – commenta l’assessore alla Formazione, all'Istruzione e all'Università della Regione Puglia, Sebastiano Leo - Non possiamo escludere la sicurezza del personale e dei ragazzi. La vaccinazione è un atto democratico che salvaguardia tutti noi, le nostre famiglie. La lotta contro il Covid non è finita. Dobbiamo avere massima prudenza e non dobbiamo abbassare la guardia. Per questa ragione è stato ritenuto necessario il richiamo vaccinale che consentirà una copertura durante tutto l'anno universitario. L'Università di Puglia è pronta per la terza dose”.

 

“Il Policlinico di Bari assicura, oltre alle vaccinazioni agli operatori sanitari e ai pazienti fragili, anche le dosi booster per il personale universitario e offre così un importante contributo al pieno godimento del diritto allo studio affinché i due Atenei possano continuare a garantire lezioni ed esami in presenza – spiega il direttore generale del Policlinico di Bari, Giovanni Migliore – Solo attraverso la vaccinazione possiamo mettere in sicurezza il sistema formativo per i nostri giovani e consolidare il risultato record in termini di immunizzazioni raggiunto complessivamente dalla Regione Puglia”.

 

““Il vaccino è lo strumento per contenere l'espansione del fenomeno pandemico - afferma il rettore dell’Università degli Studi di Bari ‘Aldo Moro’, Stefano Bronzini - Grazie alla collaborazione tra Università di Bari e Regione Puglia il personale universitario potrà  ricevere la terza dose del vaccino anti-SARS-COV-2. Confido in una ampia adesione per  garantire una maggiore sicurezza per le attività in presenza e anche per difendere quella socialità riconquistata che rappresenta un elemento importante per la qualità della vita universitaria".

 

 “Aderiamo con convinzione a questa nuova e importante fase della campagna vaccinale, così come abbiamo fatto fin dall’inizio. Il Politecnico di Bari è parte attiva di un sistema universitario regionale e nazionale che ha il compito di sostenere la ripartenza del Territorio e del Paese e, per riuscirci, abbiamo bisogno di mantenere tutte le attività in presenza. Dobbiamo scongiurare il rischio di nuove restrizioni, che vanificherebbero il grande sforzo che tutti abbiamo fatto fino a questo momento” dichiara il rettore del Politecnico di Bari, Francesco Cupertino.

 

“L’Università del Salento – dichiara il rettore dell’Università del Salento, Fabio Pollice - è già all’opera per organizzare al meglio questa nuova tappa della campagna vaccinale, strumento essenziale per tornare a vivere in presenza e in sicurezza prima di tutto le attività didattiche, così preziose per i nostri studenti. Grazie al lavoro di tutte le Istituzioni coinvolte nella lotta alla pandemia, si avvicina sempre di più, dunque, l’auspicato ritorno alla normalità. Normalità che aiuterà la nostra comunità accademica a rinnovare il proprio impegno, in termini di risorse ed energie, per fare del nostro territorio, proprio in ambito sanitario, un polo di eccellenza a livello internazionale”.

 

“L’Università di Foggia è accanto al Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano e sostiene in pieno tutte le politiche regionali relative al potenziamento della vaccinazione. I nostri Hub sono nel pieno dell’attività, vacciniamo oltre settecento persone al giorno. Riteniamo che il green pass, quindi il vaccino, sia l’unico strumento per contenere la diffusione del contagio e come istituzione intendiamo agevolare e incentivare tutte le iniziative per la lotta al Covid-19. La Regione Puglia sta dimostrando grandi capacità organizzative mettendo in campo straordinarie risorse, e la campagna di vaccinazione procede nel migliore dei modi. Il sostegno da parte dell’Università sarà sempre più concreto e tangibile con i numeri delle vaccinazioni. Siamo già alla fascia degli over 40, segno che la risposta c’è e si rafforzerà sempre di più nei prossimi giorni. Abbiamo intenzione di continuare la didattica in presenza e pertanto rafforzeremo ogni giorno il nostro invito alla vaccinazione” dichiara il rettore dell’Università di Foggia, Pierpaolo Limone.

 

Per il rettore della Lum, Antonello Garzoni: “L’avvio della campagna vaccinale per il personale universitario pugliese rappresenta una grande occasione per consolidare la sicurezza degli atenei pugliesi e consentirci il contatto diretto con i nostri studenti che resta una condizione imprescindibile per svolgere appieno la nostra missione”.

Tre miliardi di alberi verranno piantati nell'Unione Europea entro il 2030 con il sostegno al più rilevante piano di rimboschimento mai realizzato per valorizzare il ruolo ambientale delle foreste nel contrasto al cambiamento climatico. E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento agli incendi divampati in tutta Europa che hanno deturpato il patrimonio boschivo con danni incalcolabili all’economia e all’ambiente. La strategia per le foreste della Commissione euroepa mira ad aumentare la qualità, quantità e resilienza dei boschi dell'Ue nell’ambito del pacchetto Fit for 55 che – sottolinea la Coldiretti - propone di adeguare la legislazione Ue all'obiettivo di ridurre del 55% entro il 2030 le emissioni climalteranti in Europa, rispetto ai livelli del 1990.

Un obiettivo messo a rischio dal divampare degli incendi che anche in Italia – precisa la Coldiretti - hanno distrutto decine di migliaia di ettari di boschi e macchia mediterranea inceneriti dalle fiamme, con animali morti, alberi carbonizzati, oliveti e pascoli distrutti dalla Sicilia alla Sardegna, dalla Puglia all’Abruzzo, dalle Marche alla Toscana, dalla Calabria alla Campania fino alla Basilicata. Per ricostituire i boschi ridotti in cenere dal fuoco – sottolinea la Coldiretti - ci vorranno fino a 15 anni con danni all’ambiente, all’economia, al lavoro e al turismo. Nelle aree bruciate – sottolinea la Coldiretti – saranno impedite anche tutte le attività umane tradizionali e la scoperta del territorio da parte di decine di migliaia di appassionati. In un Paese come l’Italia dove più di 1/3 (38%) della superficie totale nazionale coperta da foreste l’impegno a difendere e valorizzare una risorsa importante del Paese – sottolinea la Coldiretti – è determinante per l’ambiente e la sicurezza della popolazione.

Non va dimenticato il ruolo dei boschi nella tenuta idrogeologica dei territori considerato che lungo la penisola più di 9 comuni su 10 (91,1%) sono a rischio per frane, smottamenti o alluvioni in una situazione in cui – continua la Coldiretti – gli eventi meteo estremi sono sempre più frequenti, dalle grandinate alle bombe d’acqua, e mettono in serio pericolo città e campagne. Per incrementare il patrimonio boschivo italiano, la Coldiretti ha elaborato insieme a Federforeste il progetto nel PNRR di piantare in Italia 50 milioni di alberi nell’arco dei prossimi cinque anni nelle aree rurali e in quelle metropolitane anche per far nascere foreste urbane con una connessione ecologica tra le città, i sistemi agricoli di pianura a elevata produttività e il vasto e straordinario patrimonio forestale presente nelle aree naturali.

 

Alcuni giorni orsono il Consiglio Direttivo di Fruitimprese ha designato i due Vicepresidenti che affiancheranno Marco Salvi nel suo quarto mandato triennale da Presidente nazionale di Fruitimprese.

Per Giacomo Suglia, presidente di Apeo e titolare della ditta Ermes di Noicattaro (BA), si tratta di una conferma, rivestendo il ruolo di Vicepresidente di Fruitimprese ininterrottamente dal 2010, mentre Luigi Mazzoni, consigliere delegato Gruppo Mazzoni di Tresigallo (FE), rappresenta una new entry ed assume il mandato dopo essere entrato a far parte del Consiglio di Fruitimprese nel 2015.

Lascia l’incarico dopo 17 anni Michelangelo Rivoira, che conferma il suo impegno nel Consiglio ed a cui vanno i ringraziamenti dei Consiglieri, del Presidente Salvi e dei suoi due predecessori Luigi Peviani e Giuseppe Calcagni con i quali Rivoira ha lavorato fianco a fianco nei precedenti mandati.

Ecco i commenti dei due neo-vicepresidenti.

Luigi Mazzoni: “Ringrazio i colleghi del Consiglio direttivo di Fruitimprese e il presidente Salvi per la fiducia accordatami con questo incarico. L’ortofrutta sta vivendo un momento complesso, alle prese con vecchie e nuove emergenze, dal cambiamento climatico alle fitopatie che colpiscono le nostre produzioni più tipiche. Resta comunque un comparto strategico del made in Italy sul mercato interno ed estero. Davanti a noi il compito di fare squadra, di parlare con una voce unica nell’interesse delle tante imprese del settore che hanno dimostrato di saper ‘resistere’ nelle emergenze, continuando a portare sulla tavola dei consumatori prodotti indispensabili per la loro salute” .

Giacomo Suglia: “Ringrazio il presidente Salvi e l’intero Consiglio direttivo per la fiducia che mi ha rinnovato, che mi onora. Sono orgoglioso di essere chiamato ancora una volta a rappresentare una categoria che sta dimostrando di contribuire in maniera importante alla ripresa economica e sociale del Paese: le nostre imprese mantengono, anzi incrementano l’occupazione - nonostante le innumerevoli difficoltà – e danno un contributo fondamentale al nostro export agroalimentare e alla diffusione del made in Italy nel mondo. Voglio ricordare il ruolo fondamentale del nostro Sud nel comparto dell’ortofrutta, non solo sotto l’aspetto produttivo, ma per la spinta innovativa delle tante imprese guidate da giovani e donne”.  

Scheda / FRUITIMPRESE

 

Costituita nel 1935 e assunta nel 1949 la forma di Associazione, Fruitimprese riunisce le imprese ortofrutticole italiane, svolgendo un ruolo fondamentale per favorire lo sviluppo delle aziende impegnate nell’attività di export-import, in un settore che contribuisce in maniera rilevante all’affermazione del “Made in Italy” nel mondo. Fruitimprese è al fianco degli associati in una fase di costante evoluzione dello scenario economico internazionale e di crescente competizione tra i protagonisti del mercato. Le aziende associate sono oltre 300, per un fatturato complessivo di 6 miliardi di euro, di cui 2 miliardi di fatturato export.

Come anche da noi anticipato, si è tenuto nella serata di domenica 24 ottobre 2021 l’incontro UCSI “Da Taranto al futuro: ambiente, lavoro, comunicazione per il pianeta che speriamo”, a conclusione della 49^ Settimana Sociale dei Cattolici Italiani a Taranto. L’evento trasmesso sulla piattaforma Zoom, oggi è anche disponibile sul canale UcsiTV di YouTube e sulla pagina del sito UCSI.

Riportiamo l’articolo di Roberta Carlucci dell’UCSI con la sintesi degli interventi.

“L’incontro è stato introdotto dal conduttore della serata Luca Antonio Ciciriello, giornalista e socio UCSI Puglia. Poi, sono iniziati gli interventi, dopo un saluto della presidente UCSI Puglia Michela Di Trani e una breve rassegna stampa curata dal consigliere nazionale Andrea Cuminatto di UCSI Toscana.

Leonardo Becchetti, economista e membro del Comitato Scientifico per le Settimane Sociali, intervistato da Francesco Giuseppe Laureti di UCSI Friuli Venezia Giulia, ha spaziato su vari temi, dalle imprese sostenibili alla transizione ecologica, fino al concetto di generatività e all’impegno determinato e necessario dei giovani. Inoltre, Becchetti ha sottolineato quanto la comunicazione delle buone pratiche fatichi a emergere e dunque quanto sia necessario aiutarla a trovare spazio, rovesciando l’andamento attuale.

Padre Francesco Occhetta, gesuita e membro del Comitato Scientifico per le Settimane Sociali, e Vincenzo Varagona, Presidente UCSI, sono stati intervistati da Giuseppe Milano dell’UCSI Puglia. Soprattutto in questa parte della serata sono emersi parecchi spunti di riflessione utili per la categoria dei giornalisti e dei comunicatori. Padre Occhetta ha riferito del noi vissuto a Taranto e della necessità di incanalare quell’energia, darle un metodo e trasformarla in cultura. Ma, per raccontare il pianeta che speriamo, ha ricordato con quanta attenzione occorre usare la parola, in quanto può distruggere o creare. L’importante è usarla con coraggio, provando anche a penetrare con un linguaggio laico lì dove il mondo cattolico solitamente non arriva, comunicando in modo inclusivo e per il bene di tutti.

Subito dopo, il presidente UCSI Vincenzo Varagona ha lanciato qualche idea per l’immediato futuro, come la raccolta sui territori delle voci dei delegati tornati da Taranto da parte di UCSI attraverso eventi on line e, per il futuro, la possibilità di esplorare nuove alleanze, nuovi linguaggi e nuovi modelli editoriali, sui quali l’associazione intende riflettere soprattutto insieme ai giovani.

A seguire, Alessandra Luna Navarro, giovane ricercatrice e assistant professor presso la Technische Universiteit di Delft (Paesi Bassi), partecipante e relatrice alle Settimane Sociali, ha esposto i contenuti del Manifesto dell’Alleanza presentato a Taranto, che evidenzia un’attenzione all’ambiente, alle comunità e ai territori tramite processi di alleanza generativa e transgenerazionale. Ha raccontato di un progetto messo in atto nel quartiere di Acquabella a Milano sullo stile di quel manifesto e ha ricordato come si può contribuire a questo e ad altri progetti, scrivendo a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. . Alessandra ha ricordato la presentazione on line del manifesto prevista per il 26 novembre prossimo e ha inoltre invitato l’UCSI a contribuire alla comunicazione dei progetti che stanno nascendo, perché questo darebbe loro un grandissimo aiuto e una grandissima forza.

La chiusura è stata affidata alle parole di Mons. Filippo Santoro, intervistato da Fabio Massimo Mattoni dell’UCSI Umbria. L’arcivescovo di Taranto ha manifestato la sua gratitudine per quanto appena vissuto alle Settimane, ma ha dichiarato anche l’importanza di portare avanti le proposte fatte e i processi innescati, con particolare attenzione al manifesto lanciato dai giovani. Sollecitato dal conduttore, ha poi riferito che dai giornalisti UCSI si aspetta che sfondino il muro di omertà degli altri giornali laici, rimasti spesso indifferenti di fronte a quanto successo a Taranto. Si aspetta che parlino di problemi reali e di temi non solo cattolici ma anche laici, benché con un cuore diverso e un’ottica più comprensiva e più ampia. Ha, infine, ricordato che è proprio compito del giornalismo dare voce alle cose buone che accadono nelle nostre comunità e nella nostra vita.”

 

 

Pochi giorni orsono, dopo un intero anno di lavoro – nonostante le notevoli difficoltà per le limitazioni imposte dalla pandemia - oltre 40 associazioni, che coprono l’intero territorio nazionale, hanno partecipato alla fondazione della Federazione F.A.R.E., una federazione, libera e indipendente dalle altre sigle, agirà non solo da organo di tutela, ma anche da propulsore per questo settore ricettivo, che raccoglie contestualmente l’insieme di tutte le categorie di attività extralberghiere e le locazioni brevi/turistiche.

In Castellana Grotte, quale socio fondatore, il referente di F.A.R.E. sarà l’associazione Associazione B&B Puglia Quality, con il suo presidente Alessandro Pace, che ha dichiarato: “E' arrivato il momento di essere attivi attraverso una nuova visione che ripensi e rilanci il turismo partendo dalla nostra esperienza sul campo, e perché il ruolo del settore extra alberghiero venga finalmente riconosciuto nella sua centralità, contribuendo ad imprimere finalmente una svolta alle politiche di sviluppo finora rivelatesi scarsamente efficaci. L'improvvisazione non paga: è necessario programmare, avere degli obiettivi. Il Turismo, del resto, è una risorsa fondamentale, con ricadute su tutta l'economia, e va valorizzato con concretezza. A questo proposito, a breve adotteremo le prime iniziative sul territorio”.

F.A.R.E . si prefigge di perseguire importanti obiettivi, tra cui:

- diffondere e promuovere la conoscenza e il riconoscimento dell’importanza e della potenzialità dell’ospitalità non alberghiera ;

- promuovere, salvaguardare e valorizzare il patrimonio culturale locale, il territorio e i valori dell’ospitalità turistica familiare, nonché tutelare le sue varie espressioni (imprenditoriali e non);

- promuovere la legalità e il rispetto delle normative ;

garantire alle istituzioni supporto competente e collaborazione attiva nei processi di semplificazione e di omogeneizzazione della normativa nazionale e regionale;

- incoraggiare l'accoglienza e un turismo inclusivo, sollecitando l’attenzione sui temi dell’accessibilità degli spazi e della fruibilità dei servizi.

Il settore extralberghiero, che coinvolge centinaia di migliaia di strutture ricettive e di locazioni turistiche -il 55% dei posti letto sul territorio nazionale -alimenta un turismo alternativo di forte attrattiva, promuovendo l’ospitalità diffusa, in angoli del nostro Paese dove non esisteva alcuna forma di ricettività, e valorizzando l'accoglienza turistica familiare e il patrimonio storico, culturale e ambientale italiano.

Finora questo importante segmento dell’economia italiana non aveva una federazione nazionale di riferimento: con la nascita di F.A.R.E . si colma finalmente questo vuoto, offrendo sia ai mezzi di comunicazione, che ai decision maker politici, una voce univoca ed autorevole aperta al confronto sulle tematiche del settore.

Rischi e le conseguenze imminenti del cambiamento climatico hanno posto i governi mondiali di fronte a un'emergenza senza precedenti, per fronteggiare la quale fin dalla fine degli anni Novanta si sono stipulati trattati e predisposti progetti non sempre universalmente rispettati, principalmente per i costi che una riconversione dell'economia in chiave green inevitabilmente comporta.

A ben vedere però il Green Deal - ossia l'insieme di iniziative politiche ed economiche per ridurre l'impatto ambientale delle attività umane - può rappresentare un'importante opportunità di crescita e sviluppo economico per ogni Paese: permetterebbe infatti di inserirsi in un mercato ancora relativamente nuovo, di svincolarsi da fonti di energia obsolete o in esaurimento, di puntare su un settore lavorativo altamente specializzato, nonché di limitare i costi sanitari ed ecologici legati all'innalzamento della temperatura.

In questo saggio l'autore analizza nel dettaglio costi e benefici del Green Deal, focalizzandosi su come è stato recepito dalle principali potenze mondiali - Usa, Cina e Unione Europea - le quali, ciascuna portatrice di un proprio modello macroeconomico, stanno inevitabilmente facendo i conti con una sfida che oramai non riguarda più un futuro lontano, ma che si gioca ogni giorno sulla scacchiera del presente. 

 

Antonello Durante è nato a Copertino (LE) il 17 aprile 1987. Cresce a Leverano (LE) dove vive fino all’età di 19 anni quando, dopo aver conseguito la maturità linguistica con il massimo dei voti, intraprende la carriera militare divenendo un cadetto dell’Accademia Militare di Modena. Prosegue gli

studi presso la Scuola di Applicazione dell’Esercito a Torino dove consegue la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche e Politico-Organizzative. Nel 2011 viene trasferito a Roma, presso il Reggimento “Lancieri di Montebello” (8°) con il grado di Tenente. Prende parte a svariate Operazioni in Italia e all’estero. Diventa Capitano nel 2015 e nel 2018 trascorre oltre 7 mesi negli USA per un corso di formazione avanzata in pianificazione. Nel 2020 consegue la Laurea in Economia e successivamente diventa manager per Amazon Italia Transport. È alla sua prima opera edita.

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